LUCA PALTENGHI

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Opinioni

PostHeaderIcon Millevoci: sospensione delle passeggiate al LiLu1

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A Millevoci questa mattina si è discusso della decisione dei docenti del Liceo Lugano 1 di sospendere le gite culturali per protestare contro il contributo temporaneo del 2% sugli stipendi per risanare i conti dello stato.

Dopo che i Giovani UDC Ticino hanno preso posizione sul tema, ho partecipato al dibattito di Millevoci per illustrare la nostra posizione. A dibattere vi erano inoltre il consigliere di Stato Manuele Bertoli, il professor Giancarlo Reggi, presidente del Collegio docenti del LiLu1 e Giovanni Poloni, presidente di GLRT.

Ecco il link della trasmissione: http://reteuno.rsi.ch/home/networks/reteuno/millevoci/2012/10/12/Addio-passeggiate.html.

 

PostHeaderIcon La domandina del Mattino odierno

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PostHeaderIcon E intant i ratt i sighita a balaa!

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Sono passati ormai un paio d’anni dalla campagna “Balairatt” volta a lanciare la campagna elettorale dell’UDC Ticino in vista delle elezioni cantonali prima e federali poi, campagna che scandalizzò non poco i benpensanti cantonticinesi, più impegnati a distorcere messaggi per lanciare accuse di razzismo e xenofobia che ad occuparsi dei problemi veri che attanagliano il nostro Cantone. In realtà, si è trattata di una campagna che ha anticipato la realtà e che ha messo la politica di fronte ad un problema che è tutt’oggi non risolto.

Ricordate qual era una delle cifre indicate sui manifesti? No? Ve lo dico io: “45'000 frontalieri”. Ventiquattro mesi dopo, la cifra ha ormai raggiunto la soglia dei 55'000, con un aumento mensile medio di oltre 400! La domanda che sorge spontanea è di sapere se l’economia ticinese ha prodotto in due anni 10'000 posti di lavoro andati tutti a frontalieri, oppure se per un lavoratore indigeno che lascia il posto di lavoro (o, peggio, viene licenziato) viene assunto un frontaliere. Notizie e dati a disposizione lasciano purtroppo presagire che la risposta corretta sia la seconda, ovvero che vi sia in atto un vero e proprio effetto di sostituzione finora sempre negato.

Il fenomeno è stato al centro di un interessante studio dell’Ufficio di statistica del Cantone Ticino intitolato “Libera circolazione: gioie o dolori?” presentato alcune settimane fa, il quale riporta dati che fanno sicuramente riflettere. La soppressione della priorità al lavoratore indigeno ha portato alla perdita di 40'000 posti di lavoro nelle zone di frontiera, e questo in quasi tutti i settori economici. Inoltre, parallelamente alla contrazione dell’impiego di lavoratori svizzeri (quasi 50'000 posti di lavoro in meno), vi è stato un aumento di posti di lavoro assegnati a donne straniere residenti (quasi 9'000 posti di lavoro).

Anche il Consiglio federale ha presentato più o meno nelle stesse settimane un suo studio nel quale si osserva che i lavoratori frontalieri presenti in Ticino sono un quinto di quelli presenti sull’intero territorio nazionale (252'000), rappresentando il 23.4% degli occupati del Cantone, percentuale ben più alta di quelle delle altre regioni di frontiera. Il Consiglio federale promette di "seguire con attenzione gli sviluppi nelle regioni a forte presenza di frontalieri", senza peraltro specificare quali misure intenda intraprendere. A tal proposito, il consigliere nazionale Pierre Rusconi ha depositato un’interpellanza urgente chiedendo maggiori spiegazioni su questo punto e sulle divergenze tra i due studi. Sarà interessante capire se anche a Berna ci si risveglierà dal torpore oppure se si preferirà proseguire sulla strada intrapresa, ovvero quella delle fette di salame sugli occhi.

Per contrastare il fenomeno in atto, a livello ticinese il gruppo UDC in Gran Consiglio ha portato una proposta concreta chiedendo tramite una mozione di elaborare per i posti di lavoro pubblici “un quadro normativo che favorisca l’assunzione dei disoccupati locali regolarmente iscritti ai diversi uffici regionali di collocamento e che percepiscono le indennità disoccupazione del nostro Paese”, sull’esempio di quanto introdotto dal Canton Ginevra.

Sono dell’opinione inoltre che per contrastare l’effetto di sostituzione dei lavoratori indigeni con lavoratori frontalieri e l’aumento costante del loro numero, assodato ormai anche nel settore terziario una volta considerato “bandita di caccia” del lavoratore ticinese, non si debba passare da misure di accompagnamento, salari minimi o divieti che tolgono flessibilità al mercato mettendo in difficoltà anche aziende che si comportano correttamente, bensì da un completo ripensamento della libera circolazione delle persone. Quando un paio di scarpe è rotto, è inutile continuare a risuolarlo: occorre comprarne uno nuovo.

Luca Paltenghi
Assistente parlamentare UDC TI

 

PostHeaderIcon 1º agosto: un momento per ricordare i nostri valori

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Il 1º agosto, oltre che un momento di festa, dovrebbe anche essere l'occasione per riflettere sui valori che in 721 anni hanno fatto della Svizzera un paese sovrano, libero, federalista, neutrale e democratico.

Un paese sovrano perché quelle pronunciate nel 1291 sul Rütli non sono parole vuote, ma hanno ancora oggi grande valore e sono estremamente attuali.

Un paese libero perché nel 1315 al Morgarten, nel 1386 a Sempach e nel 1388 a Näfels i fanti svizzeri sconfissero le truppe asburgiche per difendere quanto faticosamente conquistato e ottenuto dall'Impero.

Un paese federalista perché a differenza di stati a noi vicini la Svizzera è una Willensnation, in cui le quattro culture e le quattro lingue hanno deciso volontariamente di convergere. Il motto "Liberi e Svizzeri" dei Volontari Luganesi risuona ancora forte e chiaro.

Un paese neutrale perché il principio sancito nel 1515 all'indomani della battaglia di Marignano, confermato nel 1674 dalla Dieta federale e riconosciuto a livello internazionale nel 1815 nel riordino seguito alla sconfitta di Napoleone, non è ignavia ma un valore che nei secoli ci ha messi al riparo da terribili tragedie.

Un paese democratico perché è il popolo ad avere l'ultima parola e questo è il vero fulcro del sistema politico elvetico.

Sono ancora attuali questi valori? Per molti Svizzeri sì, anche se purtroppo l'attualità politica ci induce a credere il contrario. Di esempi ve ne sono a bizzeffe. La nostra sovranità è estremamente minacciata in questi mesi in materia di segreto bancario: gli accordi fiscali con Germania, Austria e Regno Unito violano la sfera privata dei clienti esteri delle nostre banche, rendendoci di fatto dei semplici esattori fiscali per stati che non sanno svolgere il proprio lavoro, senza garantire peraltro alcuna reciprocità. L'unico modo per evitare questa situazione è firmare il triplo referendum promosso dall'ASNI e dai Giovani UDC Svizzera.

Il Consiglio federale non perde poi l'occasione per avvicinarci all'Unione europea mediante vari sotterfugi: accordi settoriali come quello nel campo dell'energia, ripresa automatica del diritto europeo, sanzioni in caso di mancata ripresa del diritto o della giurisprudenza UE, estensione della libera circolazione, ovvero tutti accordi che ci renderebbero schiavi di Bruxelles e ci farebbero perdere la nostra libertà.

Il federalismo in troppi casi viene accantonato in favore di centralizzazioni di competenze alla Confederazione, a detrimento dei cantoni che si vedono limitati nella loro autonomia. La nostra neutralità permanente e armata è stata strapazzata negli scorsi anni da ministri degli esteri che sono riusciti a spedire i nostri soldati all'estero con l'alibi delle missioni di pace, che hanno fatto entrare il nostro Paese nell'ONU con la speranza ora di entrare pure nel Consiglio di sicurezza e che si sono affrettati a riconoscere l'indipendenza del Kosovo prima di qualsiasi altro stato.

La democrazia diretta, infine, è nel mirino di chi vorrebbe imporre tribunali costituzionali, verifica della costituzionalità delle iniziative popolari e di chi rifiuta di applicare iniziative approvate dal popolo adducendo scuse poco credibili quali il mancato rispetto del diritto internazionale. L'iniziativa sacrosanta che chiede l'espulsione dei criminali stranieri è tuttora in attesa di una legge d'applicazione soddisfacente in quanto il Consiglio federale tenta di far entrare dalla finestra quanto il popolo aveva bocciato in votazione, ovvero l'inefficace controprogetto. Questa situazione ha costretto l'UDC a lanciare un'iniziativa d'attuazione che chiede l'introduzione di una norma transitoria nella Costituzione che sia direttamente applicabile.

Di fronte a questi fenomeni è vitale cercare di conservare e tramandare i valori fondanti del nostro Paese, troppo spesso misconosciuti dal Consiglio federale e buona parte del Parlamento, affinché anche in futuro possiamo vivere in un paese sovrano, libero, federalista, neutrale e democratico.

 

PostHeaderIcon Le mie risposte alle domande di Ticinolive sugli accordi fiscali

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1. Quali conseguenze ci saranno per la piazza finanziaria svizzera se gli accordi fiscali con Germania, Regno Unito e Austria dovessero entrare in vigore?
Qualora gli accordi fiscali con questi tre paesi dovessero entrare in vigore sarà senz’altro un colpo duro per banche, fiduciarie e per la piazza finanziaria tutta. Anche tutti i servizi che vi ruotano attorno sarebbero in difficoltà. Il rischio di un taglio drastico dei posti di lavoro è dietro l’angolo in quanto i clienti esteri fuggiranno e le banche non si faranno troppi problemi a delocalizzare le loro attività in paesi con meno vincoli legali e burocratici. Non dimentichiamoci che con questi accordi le banche stesse saranno chiamate a fungere da esattori fiscali per conto degli Stati con cui sono stati conclusi gli accordi. Per quale motivo siamo noi a doverci assumere compiti che gli Stati esteri non sono in grado di garantire? Nessuno, nemmeno il Consiglio federale, ce l’ha spiegato. E nessuno ci ha nemmeno spiegato per quale motivo la reciprocità non è assolutamente garantita in questi accordi: a tal proposito, il consigliere nazionale Pierre Rusconi ha depositato un’interpellanza alla quale il Consiglio federale dovrà dare una risposta soddisfacente. Attendiamo con ansia!

2. Quali diverse conseguenze ci saranno se, al contrario, il popolo bocciasse gli accordi mediante referendum?

Verosimilmente subiremo delle pressioni dai paesi a cui abbiamo rifiutato gli accordi fiscali. Possiamo anche attenderci a nuove pressioni che arriveranno direttamente da Bruxelles in quanto l’UE vorrà giocare sul fatto che gli accordi sono stati bocciati perché fatti solo tra singoli Stati, mentre essi avrebbero avuto più successo se fossero stati sottoscritti direttamente tra la Svizzera e l’UE, cosa peraltro non vera. Occcorrerà dunque dare una grande dimostrazione di fermezza, difendendo le nostre posizioni, senza “calare le braghe” come sta facendo da diverso tempo il Consiglio federale.

3. Se si giungerà alla votazione, quale sarà il Suo voto?

Chiaramente un triplo no agli accordi fiscali con Germania, Regno Unito e Austria!

Ticinolive

 
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