LUCA PALTENGHI

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PostHeaderIcon "Mamma, all'asilo ci hanno insegnato a toccarci!"

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Una frase scioccante, che mai vorremmo sentir uscire dalla bocca di un bimbo di quattro o cinque anni. Eppure, questa frase potrebbe ben presto essere pronunciata. Infatti, il Canton Basilea e alcuni comuni di Appenzello e San Gallo hanno deciso di introdurre nel proprio programma scolastico delle lezioni obbligatorie di educazione sessuale fin dalla scuola dell’infanzia. Gli insegnanti hanno a disposizione una “Sex-box” contenente tutta una serie di mezzi per meglio illustrare i concetti ai bambini: video ai limiti della pornografia, libri con immagini molto esplicite, peni di legno, vagine di peluche,... I bambini vengono incoraggiati a toccarsi e a scoprire che la sessualità e l’autoerotismo possono dare piacere. Uno dei libri utilizzati si intitola “Lisa und Jan” e contiene frasi e immagini molto esplicite, che lascio al lettore la briga di trovare in rete in quanto poco adatte ad essere inserite in un articolo. La Fondazione svizzera per la protezione dell’infanzia, autrice tra l’altro di un opuscolo per bambini da zero a sei anni in cui si invita a scoprire il gioco del dottore, all’autoerotismo e alla scoperta reciproca di ogni parte del corpo, considera questo libro adatto già per bambini di cinque anni!
Le lezioni di educazione sessuale introdotte dai cantoni di Basilea, Appenzello e San Gallo sono naturalmente obbligatorie: non vi è purtroppo alcuna possibilità per un genitore di dispensare il proprio figlio da questa "materia". Questa brutta abitudine di delegare allo stato l’educazione di un figlio equivale a togliere ad un genitore la possibilità di discutere con lui di un determinato tipo di tematiche certamente importanti, ma che non vanno trattate già a quattro anni! Tematiche poi che sicuramente sono affrontate meglio e con più tranquillità in seno alla famiglia che non in una fredda aula scolastica, tra risatine dei bambini più scafati e imbarazzi dei più timidi.
Questa sessualizzazione precoce del bambino potrebbe prendere piede in tutta la Svizzera a partire dal 2014 mediante l’introduzione del Lehrplan 21 nella Svizzera tedesca, del Plan d’études romand in Romandia e dei Piani di studio del Ticino nel nostro cantone. Un gruppo di lavoro è attivo sulla tematica e l’introduzione delle lezioni di educazione sessuale obbligatorie fin dalla scuola dell’infanzia dovrà venire poi avallata dai direttori cantonali dell’educazione. La speranza è che essi si dimostrino responsabili e coscienziosi e non aderiscano a questo progetto.
Parallelamente a questo progetto, l’Ufficio federale della sanità pubblica ha fatto elaborare un documento dall’Alta scuola pedagogica di Lucerna che funge da filo conduttore per l’introduzione e lo svolgimento di corsi di educazione sessuale precoce nei cantoni. In tale documento, il bambino è equiparato a un vero e proprio essere sessuale (per info è possibile consultare il sito www.amorix.ch e scaricare dal menu "Principi" il documento in francese o tedesco “Educazione sessuale e scuola”, in particolare cap. 4.1).
Inoltre, dietro al paravento della prevenzione dell’AIDS, tramite l’introduzione della legge sulla prevenzione e sulla promozione della salute e tramite la revisione della legge sulle epidemie, la Confederazione sta creando le basi legali per i corsi di educazione sessuale obbligatori a partire dai quattro anni.
Contro queste proposte sono state raccolte quasi 92'000 firme tramite una petizione indirizzata alla Conferenza dei direttori cantonali dell’educazione.
Non vogliamo qui passare per moralisti; semplicemente riteniamo che vi sia un’età per ogni cosa. La prima e la seconda infanzia sono fatte per il gioco e il divertimento, per le storielle sulle api e i fiori, sui bambini nati sotto i cavoli o portati dalle cicogne. Se è vero che il mondo degli adulti è bombardato da stimoli sessuali in TV, sui giornali, al cinema o sui cartelloni pubblicitari, bisogna però avere ancora il coraggio di indignarsi e di porre un freno alla sessualizzazione precoce di un’età spensierata quale è l’infanzia.

 

18 novembre 2011

Pubblicato sul Corriere del Ticino odierno, su TicinoLibero e Ticinonews

 

PostHeaderIcon A proposito dell'UDC e degli stranieri...

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Ho letto su un quotidiano un intervento della signora Cristina Foglia di Locarno che ha attirato la mia attenzione e in quanto membro attivo dell'UDC da alcuni anni mi sento in dovere di fare qualche precisazione, nella recondita speranza che possa servire a qualcosa.
Tralascio le allusioni alla Germania degli anni Trenta e alla definizione di UDC e Lega quali partiti di estrema destra per soffermarmi sul presunto fango che verrebbe gettato addosso agli stranieri. È già stato detto e lo ripeto: chi è in Svizzera da anni e si guadagna da vivere onestamente è il benvenuto, chi arriva nel nostro Paese perché l'economia ha bisogno di manodopera che non può essere reperita sul mercato indigeno altrettanto, chi non rispetta le regole può e deve tornarsene da dove è venuto.
Anch'io mangio una buonissima pizza in un ristorante gestito da dei turchi, anch'io mi faccio tagliare i capelli da un portoghese, ma conosco anche un operaio svizzero che da quasi due anni cerca un lavoro, un simpatico commesso italiano nato e cresciuto in Svizzera rimasto senza occupazione per far spazio ad un frontaliere,... Sono queste le persone che primariamente meritano la nostra attenzione. Altrimenti, a furia di voler aiutare a tutti i costi gli altri, ben presto non potremo più aiutare noi stessi!
Farei infine attenzione a citare il regista romando François Melgar, in quanto egli ha sequestrato il dibattito sugli stranieri e lo ha fatto diventare una campagna del politicamente corretto, dietro la quale i crimini commessi dai protagonisti di Vol spécial non esistono più...

15 novembre 2011


Ecco la lettera in questione:

Mossa azzeccata il falso «Mattino»

■ C'è da ridere a sentire che Giuliano Bi­gnasca ha definito «giornale spazzatura» le copie del falso «Mattino della dome­nica» e del «10 minuti» apparsi le scorse settimane. In fondo, gli autori non han­no fatto altro che clonare la spazzatura che Bignasca da anni propina al canto­ne. È stata una mossa ardita e fondamen­talmente sana, oltre che molto efficace.
Lo sberleffo è un'arte antica e colpisce nel segno meglio di tante prediche o si­lenzi più o meno imbarazzati. Una mos­sa che andava fatta.
Chapeau quindi ai cinque uomini che ci hanno messo del loro per fare quanto in Ticino nessuno aveva ancora avuto il co­raggio di fare (mi piace anche immagi­nare che si siano divertiti come ragazzi­ni, questi over-sixty da anni impegnati a difendere cause giuste!).
C'è invece poco da ridere sul tipo di mes­saggi convogliati a suon di milioni dai partiti dell'estrema destra. Cartelli che mirano a rendere la popolazione sem­pre più insicura, minacciata da presen­ze senza volto: neri ratti, corvi e pecore, tutti che allungano le loro grinfie sulla Svizzera.
E ha ragione il regista romando François Melgar ( La Forteresse , Vol Spécial ) quan­do dice che l'UDC e la Lega in Ticino han­no sequestrato il dibattito sugli stranieri e lo hanno fatto diventare una campa­gna di simboli dietro i quali le persone non esistono più. Eppure sono certa che ognuno di noi ha un parente o un amico che è stato curato in ospedale da un'in­fermiera slava o frontaliera, che tutti co­nosciamo un simpatico cameriere turco o macedone. A me fa piacere trovare da anni al grande magazzino la faccia sim­patica della commessa di Cannobio (Ita­lia) e trovo buonissima la pizza fatta dal ristorante dei portoghesi. Queste sono le persone che già fanno parte della «no­stra gente», persone che apprezzano di stare da noi e che non meritano il fango che alcuni continuano a gettar loro ad­dosso.
Individuare un nemico su cui scaricare le colpe del disagio generale è una poli­tica molto pericolosa: semina odio e pau­ra. Avevano fatto proprio così i tedeschi con gli ebrei negli anni Trenta, e non c'è bisogno di spiegare oltre.
Non sono tempi molto allegri: l'Europa è al collasso e Paesi a noi vicinissimi co­me la Grecia, paradiso di vacanze, sono sull'orlo del baratro. È davvero stupido credere che noi possiamo tenerci al ri­paro da tutti buttando fuori chi ha fatto crescere il Ticino e la Svizzera. Il mon­do sta cambiando, come il clima. Oc­corre adattarsi a viverci nel miglior mo­do possibile.


 

PostHeaderIcon Non dobbiamo vergognarci, ma essere fieri del nostro passato!

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Lo slogan che utilizzo in questa campagna elettorale è “Il futuro parte dalle nostre radici”: significa che se vogliamo dare un futuro al nostro Paese, non possiamo assolutamente prescindere dalle nostre tradizioni e dai valori che hanno fatto grande la Svizzera. In questi giorni, una persona mi ha fatto notare che, a suo dire, anche la Svizzera nasconde numerosi scheletri nell’armadio e che in passato non siamo stati così tanto santi come vogliamo far credere.

L’osservazione mi ha riportato alla mente un saggio che ho avuto il piacere di leggere alcuni anni fa: si intitola “Neutrale contro tutti. La Svizzera nelle guerre del ‘900”, di Jean-Jacques Langendorf. Questo saggio, il cui titolo è sicuramente più suggestivo nella versione originale (“La Suisse dans les tempêtes du XXe siècle”), rimette il campanile al centro del villaggio e riabilita una generazione di persone troppo a lungo mortificata dai pionieri dell’antisvizzerismo, Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt in primis, che erano arrivati a farci vergognare dei nostri padri e nonni. L’autore infatti ristabilisce la verità di quanto successo tra il 1914 e 1918, con la Svizzera che si era trovata impreparata agli eventi della Grande Guerra, ma che aveva saputo in seguito trarre le dovute lezioni; e tra il 1939 e il 1945, dimostrando che il nostro Paese aveva pienamente rispettato i ruoli che si impongono ad una nazione neutrale in tempo di guerra e smontando tutto il castello di accuse costruito dai già citati Frisch e Dürrenmatt prima e da altri pennivendoli in seguito. Innanzitutto, il paragone con altri Paesi europei neutrali nel secondo conflitto mondiale è illuminante: la Svezia, ad esempio, autorizzò numerosi passaggi di truppe tedesche sul suo territorio, cosa che la Svizzera non fece mai. Il nostro esercito poi fu anche “neutrale” nel numero di abbattimenti di aerei stranieri che avevano sconfinato nei nostri cieli: nel giugno 1940 vennero abbattuti 11 aerei tedeschi, nel luglio 1941 vennero abbattuti due aerei inglesi sopra il Vallese. In totale, vennero abbattuti o costretti all’atterraggio 25 aerei, 12 tedeschi e 13 alleati. Chiaramente, essendo costretta nella morsa dell’impero germanico e dei paesi suoi alleati, la Svizzera doveva garantire la propria sopravvivenza commerciando sia con gli Alleati che con i paesi dell’Asse. Falsa è l’accusa che i commerci svizzeri con la Germania avrebbero allungato notevolmente la guerra; essi rappresentano infatti una misera percentuale sul totale dei commerci intrattenuti dal Reich con gli altri stati.

Il saggio di Langendorf non nasconde che vi siano stati errori da parte del nostro Paese e dei politici dell’epoca, ma sottolinea la mancanza di realismo di alcuni accusatori del giorno d’oggi non coscienti della situazione del tempo, che parlano lontano dalle minacce, dai pericoli e da un tipo di pressione che ora non possiamo nemmeno immaginare. Per questo vengono rivalutati in particolare alcuni Consiglieri federali dell’epoca: Marcel Pilet-Golaz, grande statista fedele ai concetti di neutralità ed indipendenza, Rudolf Minger, di cui viene sottolineata la grande rettitudine e il contributo nell’elezione di Henri Guisan a generale dell’esercito, e Giuseppe Motta.

L'autore affronta anche il tema dei fondi ebraici e del clamore che hanno suscitato negli anni '90 i violenti attacchi del senatore repubblicano Alfonse D'Amato in combutta con Edgar Bronfman (grosso finanziatore della campagna elettorale di Bill Clinton) e col Consiglio mondiale ebraico, subiti passivamente o quasi da una Svizzera debole e remissiva. Qui si aprirebbe un ulteriore capitolo di un tema troppo spesso visto da un'unica prospettiva, grazie anche ad alcuni media svizzeri che si sono adoperati per far nascere un nuovo senso di colpa nella popolazione elvetica.

In conclusione, le nostre radici non sono così marce come troppo a lungo hanno cercato di farci credere. È ora di prenderne coscienza, di essere fieri del nostro passato e di portarlo con noi nel nostro futuro, ricordando quel piccolo grande esercito che durante sei lunghi anni compì un piccolo miracolo, permettendo di salvaguardare la nostra sicurezza e la nostra sovranità, quel piccolo grande esercito che oggi alcuni vorrebbero toglierci.

 

10 ottobre 2011

Pubblicato sul Corriere del Ticino del 17 ottobre 2011, su TicinoLive e TicinoLibero.

 

PostHeaderIcon Democrazia a senso unico

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Non passa giorno senza che si senta una certa parte politica parlare di tolleranza, democrazia e libertà di espressione.
Quando però è l’UDC a far uso della libertà di espressione, ecco che i presunti paladini della libertà si scagliano contro le sue affermazioni e contro i suoi manifesti, chiedendone la rimozione o, peggio, lasciandosi andare a veri e propri atti di vandalismo e di danneggiamento.
L’ultimo eclatante esempio in ordine di tempo è il danneggiamento di alcuni manifesti dell’UDC retica ad opera (udite, udite!) del presidente dei giovani socialisti grigionesi e di un granconsigliere dello stesso partito. Purtroppo, anche in altri cantoni la furia di questi falsi tolleranti si scaglia contro l’UDC: manifesti strappati, imbrattati, ricoperti d’ingiurie e di simboli sinistri che poco hanno a che vedere con il pensiero patriottico dell’UDC. Anche il Ticino non sfugge a questa tendenza e ai manifesti del nostro partito vengono aggiunte svastiche et similia, segno di scarsa conoscenza della storia da parte degli autori, oltre che di inciviltà. Ancora più inquietanti sono gli attacchi rivolti a persone vicine al partito o a loro beni: a Zurigo l’auto del responsabile dell’agenzia pubblicitaria a cui fa capo l’UDC è stata data alle fiamme poco tempo fa, in gennaio il consigliere nazionale Hans Fehr è stato vittima di un’aggressione, mentre la casa di Oskar Freysinger è stata bruciata qualche anno fa. Nonostante tutti questi attacchi, in Ticino vi è ancora chi chiede al Consiglio di Stato perché la polizia ticinese abbia partecipato, unitamente ad altre polizie cantonali, al servizio d’ordine per la festa della famiglia organizzata dall’UDC a Berna lo scorso 10 settembre!
Quanto alla censura, come dimenticare le richieste di non affiggere i manifesti riguardanti l’iniziativa contro l’edificazione di minareti o l’iniziativa per l’espulsione dei criminali stranieri, come non ricordare le opposizioni di taluni alla campagna “Bala i ratt” dell’UDC Ticino, la decisione dei giorni scorsi delle FFS di non esporre manifesti elettorali dell’UDC in stazione a Zurigo o ancora il rifiuto di alcuni cinema di trasmettere uno spot UDC assolutamente inoffensivo.
La lista di esempi di danneggiamenti o censure nei confronti dell’UDC potrebbe essere molto più lunga, ma risulterebbe inutilmente tediosa. Concludo, confortato dalla certezza che l’UDC non si lascerà intimidire da queste azioni e che continuerà a difendere e diffondere le proprie idee, auspicando che vi sia unicamente un confronto (anche duro) sulle idee, come si suole in democrazia. Quella vera, non quella “farlocca”.

23 settembre 2011

 

TicinoLibero, TicinoLive, TicinoNews

 

PostHeaderIcon Inasprire il diritto penale minorile!

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Morbio Inferiore: sette minorenni fermati per furto con scasso, danneggiamenti e vandalismi in una scuola media; Bellinzona: cinque ragazzi tra i 17 e i 18 anni denunciati al Ministero pubblico e alla Magistratura dei minorenni per ripetuti furti, furti d'uso, infrazione alla legge federale sulla circolazione stradale e danneggiamenti; Bellinzona: cinque minorenni tra i 14 e i 17 anni fermati per aver circolato su un’auto rubata, per furti con scasso e violazione di domicilio, vie di fatto, minacce e danneggiamenti, oltre che per violazione della Legge federale sugli stupefacenti. Sono solo alcuni episodi accaduti nel corso dell’ultimo mese in Ticino che hanno coinvolto dei minorenni e che fanno parte di una costante tendenza in atto nel nostro Paese. Di poche settimane anteriore a questi fatti, ricordiamo il grave crimine di Via Daro a Bellinzona in cui un minorenne ha ucciso il proprio patrigno.

Certamente la legislazione penale svizzera non funge da deterrente nell’ambito della criminalità minorile. Ad esempio, un quattordicenne colpevole di aggressione può venire condannato a soli dieci giorni di “prestazione personale” in favore d’istituzioni sociali, opere d’interesse pubblico, persone bisognose d’assistenza o del danneggiato stesso. Dieci giorni di lavoro d’interesse pubblico sono il massimo consentito dall’art. 23 della Legge federale sul diritto penale minorile per chi non ha ancora compiuto i 15 anni (LDPMin). Spesso, inoltre, quale prima pena (sic!) il minorenne riceve unicamente un ammonimento che consiste in “una disapprovazione formale dell’atto commesso” (art. 22 LDPMin).

Vanno quindi proposti diversi inasprimenti legislativi, senza per questo andare a minare il sistema di rieducazione previsto dalla legge, basilare quando l’autore di un reato è minorenne.

Innanzitutto, per essere veramente rieducativo, il lavoro d’interesse pubblico deve durare fino a tre mesi indipendentemente dall’età del minorenne. La situazione attuale dà unicamente l’illusione di condannare il giovane ad una pena, ma non gli fa capire la gravità del reato commesso, né l’impegno e il sacrificio necessari per operare in istituti sociali o strutture simili.

Inoltre, occorre abbassare a 14 anni il limite stabilito per la privazione della libertà di un minorenne, attualmente fissato a 15 anni (art. 25 LDPMin). Occorre poi modificare l’art. 9 del Codice penale e gli art. 1 e 3 della LDPMin in modo da permettere ai giudici di poter far capo al diritto penale degli adulti in caso di reati gravi, quali ad esempio lo stupro, le lesioni corporali gravi o l’omicidio, commessi da giovani che hanno compiuto i 16 anni. È fondamentale che i giovani delinquenti vengano individuati e puniti precocemente, quando ancora vi è la possibilità di recuperarli e reinserirli nella società, piuttosto che condannarli a pene miti, lasciandoli liberi di percorrere la loro strada deviata e punirli seriamente solo quando ormai sono dei criminali incalliti. I giovani criminali, a maggior ragione se recidivi, vanno collocati presso istituti chiusi situati fuori cantone, in modo che oltre ad espiare la pena, essi possano anche essere confrontati con una realtà linguistica e culturale differente.

Riassumendo, occorre quindi porre fine al buonismo di cui è intrisa la nostra legislazione penale che impedisce di punire severamente i giovani autori di reati, permettendogli di continuare sulla strada criminosa intrapresa. L’UDC si batte per un inasprimento della Legge sul diritto penale minorile, oltre che per l’inasprimento del Codice penale, anch’esso poco efficace e di cui parleremo in futuro. Ricordiamocelo il prossimo 23 ottobre.

8 settembre 2011

Pubblicato sul Corriere del Ticino del 12 settembre 2011, su Tio, TicinoLive e TicinoLibero

 
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